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Il professor Carlo Arata

Martedì 17 Dicembre 2013 17:47

ritratto prof. Carlo Arata

Carlo Arata

(Massa 1924 – Genova 2013)

 

La Comunità filosofica nazionale ha appreso con vivo dolore la notizia della perdita del professor Carlo Arata, per lunghi anni titolare della cattedra di Filosofia teoretica presso la Facoltà di Magistero, poi Facoltà di Scienze della Formazione, dell’Università di Genova. Era stato per i suoi colleghi del Dipartimento di Filosofia, ora scomparso (vittima dei “tagli” di spesa universitari), un buon collega. Apparteneva alla Facoltà di Magistero, ma aveva inteso, con l’adesione al Dipartimento filosofico, sottolineare il suo desiderio di conservare il carattere di ricerca filosofica pura al suo insegnamento ed alla sua presenza. In tempi di “filosofie applicate” egli era voluto rimanere su una posizione di pura teoresi.

La morte è avvenuta presso l’Ospedale Galliera di Genova domenica 15 dicembre verso le ore 16. Era nato il 2 agosto 1924 a Massa, ma aveva trascorso a Cuneo la sua prima giovinezza. Aveva studiato presso l’Università Statale di Milano, ma i suoi maestri ideali erano stati Francesco Olgiati e Gustavo Bontadini. Non aveva però perso la stima del docente che lo aveva laureato, Antonio Banfi, molto lontano dalle sue posizioni di metafisico, ma ammiratore del suo rigore. Aveva conseguito la cattedra di prima fascia di Filosofia teoretica in un concorso nel quale i suoi giudici erano stati: Michele Federico Sciacca e Marino Gentile. Il suo primo insegnamento di cattedratico era stato presso l’Università di Macerata. Si era inseguito trasferito a Trieste, e poi era “approdato” a Genova, nel 1975.

Il suo insegnamento genovese andò da quell’anno al 1994, quando svolseun triennio di Professore fuori ruolo,chiuso da lui nel 1997, con la rinunciaal biennio di insegnamento aggiuntivo. Volle continuare con tenacia e sagacia i suoi studi preferiti incentrati sulla Metafisica della Prima Persona. A chiarire questa sua visione aveva lavorato a lungo nel periodo di pensionamento, pubblicando diversi scritti. Stava per dare una nuova ed interessante versione di essa. Il suo ultimo volume infatti era in bozze presso l’Editrice Morcelliana, che aveva sollecitato l’aggiornamento delle sue significative posizioni, da molti apprezzate.

Lascia ora inconsolabile la signora Rosa Maria Giapponi, sensibilissima compagna della sua vita, dedita a lui anche nella condivisione della visione filosofica.

Carlo Arata era un “filosofo gentiluomo”, riservato e austero, ricco però di umanità, coltivando l’amicizia intellettuale con rigore e dolcezza insieme. Era partecipe, nonostante l’assorbente impegno per la sua teoresi, della vita politica e civile della nazione. Rigorosamente antifascista, democratico intransigente, da buon cuneese ricordava gli episodi della Resistenza nella sua Provincia. La sorella Maria era stata deportata in Germania, nel lager di Ravensbruck, ed aveva lasciato una toccante testimonianza nel suo libro Il ponte dei corvi (1979).

Mi sia permesso di citare alcuni episodi di carattere personale, che chiariscono il carattere e la dirittura della persona. Nella mia qualità di Presidente dell’Associazione Filosofica Ligure avevo sempre informato il collega degli eventi organizzati e lo avevo più volte invitato a collaborare con noi ed a seguire i medesimi. Dopo un certo periodo aveva diradato molto le visite e la frequentazione delle nostre iniziative. Però mi telefonava con assiduità e discuteva con me sugli sviluppi delle sue ultime pubblicazioni.

Lo avevo sollecitato a concedere a me ed al prof. De Lucia un incontro per discutere delle sue prospettive, da lui scherzosamente chiamate “follie”, ma in cui credeva profondamente, e su cui lavorava continuamente. Aveva sempre dato, negli ultimi due anni, risposte evasive, in quanto attendeva una ripresa del suo stato ottimale di salute, per poter stare serenamente con noi. Era molto attento a non far pesare ad alcuno le sue problematiche mediche, e quindi si era riservato di telefonarmi. Non è mai avvenuta questa telefonata di invito, ed io debbo confessare che mi sentivo ormai sconfortato dal silenzio. Ora capisco che si trattava di un silenzio carico di speranza di migliorare la sua condizione, un silenzio per creare attorno a se stesso quella pace per riprendere il filo di un delicato ragionamento metafisico.

 

Luciano Malusa

(Università di Genova)